Il fallimento, dipende dai punti di vista, può essere considerato una sconfitta umiliante, oppure una grande scuola di vita.

Quando a fallire fui io, ventisette anni fa, si trattò di una cocente delusione e di un grande momento di sconforto.

Devo dirlo, la delusione non scaturiva dalla repentina caduta in basso senza nemmeno un soldo in tasca per mangiare, ma da quella che poteva essere l’opinione della gente che mi conosceva.

Sembra una cretinata, ma quasi immediatamente dopo la diffusione della notizia che ero stato processato per il fallimento, iniziò un tam tam ossessionante.

Tutti i miei conoscenti avevano qualche consiglio da darmi su quello che non avrei dovuto fare prima di mettermi in proprio.

Azz, in genere, un consiglio viene elargito prima che una persona commetta un’azione, ma nel mio caso, tutti, veramente tutti, erano generosi con suggerimenti di cosa avrei potuto fare prima, dopo che l’avevo fatto.

Fa specie anche che, a darti consigli e suggerimenti, magari, era anche chi nella propria vita, non aveva mai ottenuto nulla più di un posto di lavoro fisso, chiamiamolo così, da operaio metalmeccanico.

Come accennavo nel post di ieri, poco dopo essere fallito, presi la decisione di cambiare residenza, spostandomi in un indirizzo fasullo, divenendo così senza fissa dimora.

In questo modo, credevo di evitare ai miei genitori la possibilità che gli potessero pignorare quei pochi beni mobili che detenevano nella mia precedente residenza, dato che ero nello stesso stato di famiglia.

Decisi di andarmene di casa, anche per non sentire in continuazione mia mamma affermare che avevo rovinato la famiglia e che si vergognava quando i vicini la fermavano per chiederle di che cosa mi era capitato.

Ecco, anche per quanto riguarda il pignoramento dei mobili dei miei genitori, mi sono comportato come un ignorante, dato che non sapevo che il fallimento è un istituto che libera dai debiti.

Senza rendermene conto, ho iniziato un lungo periodo di patimento. Ero veramente senza un soldo in tasca.

Quale fu il mio maggiore errore in quel periodo?

He, prima di tutto ascoltare le opinioni e i consigli degli altri. Questo condizionamento è stato molto improduttivo, perché, invece di concentrarmi sulla soluzione, mi concentravo sul problema.

Bisogna anche riconoscere che la situazione era molto grave.

C’è una parte della mia esperienza che non ho mai condiviso con nessuno, non perché mi debba vergognare di qualcosa, ma perché ritengo la ferita ancora sanguinante.

Posso solo dirti che dovevo sposarmi da li a qualche mese, dopo un lungo fidanzamento, iniziato che ero ancora un ragazzino.

La mia ragazza di allora, fattasi due conti, mi liquidò al telefono.

Accennò un discorso più o meno in questo tono: “Massimo, sei un bravo ragazzo, hai un gran cuore, sei generoso, brillante, anche divertente. Avevo programmato di mettere  in piedi una famiglia con te, di fare dei figli, ma ho bisogno delle mie sicurezze. Sicurezze che tu mi puoi solo togliere.”

Una telefonata di circa tre minuti, nella quale non ebbi molto da dire, anzi a pensarci bene, in quella telefonata non proferii parola alcuna.

Sono sempre stato orgoglioso, anche se so che l’orgoglio, in qualche momento della vita può essere solo un grande danno se non lo sai gestire al meglio.

Per orgoglio, non andai una sola volta a chiedere aiuto ai miei genitori e chiedere aiuto, in questo caso, era anche rimediare un panino dopo diversi giorni di digiuno.

Anche gli amici sparirono in fretta, considerandomi un po’ come la Prinz, non quella da trentamila euro che ha postato Dario in un commento, ma quella verde che portava sfiga.

Non ci fu un solo amico a darmi una mano. Anche per i miei fratelli, ero “uno” da evitare.

Per ben due anni, riuscii a vivere di espedienti, anche se rubai solo due volte al supermercato, proprio per poter mangiare.

Facevo la spola in treno da Rovigo a Bologna, cercando per lo più un posto dove dormire al coperto che poteva essere in una sala d’aspetto o in qualche vagone in rimessa.

Molte volte, ho dormito all’aperto.

Due anni come questi, ti distruggono, perché non è una situazione che scegli tu. Ti ritrovi obbligato e non hai, apparentemente, alternative.

Qualche volta, per potermi lavare, entravo nella corte di qualche villetta e lo facevo con la pompa del giardino.

Anche a gennaio, mi lavai diverse volte con l’acqua gelida.

La cosa più brutta di quel periodo, non fu saltare i pasti, nemmeno dormire all’aperto, ma la sensazione di non avere alcuna alternativa per dare una svolta positiva alla mia vita.

Mi ritrovai, seduto in una panchina di viale Trieste a Rovigo, era una sera di marzo, immerso in pensieri che mi attanagliavano da diversi giorni.

Mi sentivo veramente stanco. Una stanchezza diversa o per descriverla meglio, potrei chiamarlo un senso di spossatezza.

Non mi piace parlare di questa cosa e mi scuso se entro in una questione molto personale, ma in quel momento stavo pensando di togliermi la vita.

Non mi era mai capitato di considerare questa opzione tra le mie possibili scelte, ma ti giuro che in quel preciso istante, fatta una somma dei pro e dei contro, non vedevo alternative immediate per il cambiamento della situazione che stavo vivendo e per questo motivo avevo raggiunto l’idea con determinazione.

Nella panchina, ero seduto dove si appoggiano le spalle, di fronte a me, nelle immediate vicinanze, c’era una di quella cabina telefoniche della Sip.

A quei tempi, ovviamente non c’erano i telefoni cellulari. Quando dovevi chiamare qualcuno, se non avevi un telefono in casa o in ufficio, andavi a telefonare in cabina.

La chiamata era a tempo, se urbana potevi stare quanto volevi, se interurbana, dovevi aggiungere dei gettoni telefonici ogni tot di minuti.

Sip era l’acronimo di Società Italiana Per l’esercizio telefonico.

Non mi sono mai spiegato bene il motivo, ma tra un pensiero e l’altro sul modo che dovevo impiegare per togliermi la vita, fissavo la cabina telefonica, come se mi stesse richiamando verso qualcosa che ancora oggi non riesco a definire.

Voglio farti una confessione, ho sempre avuto la fobia delle siringhe, e forse questa cosa mi ha salvato dal provare certe esperienze in gioventù.

Se devo fare un intervento, ancora oggi, decido di farlo senza anestesia, anche fosse quella locale.

Il mio dentista, ad esempio, sa che deve fare qualsiasi cosa senza mettermi un ago in bocca.

E’ sicuro del mio svenimento se solo prova a mostrarmelo, un ago.

Ne deriva che mi ha estratto anche i denti del giudizio senza l’apporto dell’anestesia.

Anche se ho imparato a gestire la soglia del dolore fisico da gran maestro, ti confermo che fa un male boia.

Un’altra confidenza che voglio farti, è che ho smesso di dormire diverse ore di fila, solo perché non vorrei morire nel sonno, dato che ho tantissime cose da fare ancora.

Vedi che anch’io, ho tutt’ora, una serie di sfighe e sfighette che mi porto dietro da sempre.

Ti ho detto questo, solo per rappresentarti che, uno che ha scaga di morire, ma che decide di togliersi la vita, si trova nella doppia posizione imbarazzante di deciderne il modo, cercando di evitare quelli più sconvenienti.

Non ti dico cosa avevo deciso io, per non dare consigli a chi si trovasse in questa situazione, anzi, potrei solo dare il consiglio di non mollare e continuare a vivere, anche se so che non è semplice poterci arrivare.

Allora, ero rimasto alla scelta del modo, per cercare qualcosa che fosse non dico poco doloroso, ma che non rientrasse nelle cose che mi facevano senso.

Quando ti trovi in una situazione del genere, parlo ovviamente per la mia esperienza, ti tornano in mente tutte le cose che non dovrebbero girarti in testa perché rimosse.

Già, se sei uno che pensa di avere poca memoria, sappi che non si dimentica nulla e tutto riemerge al momento opportuno.

Non è solo una questione di condizionamenti, è che certe cose non si possono sistemare con un semplice reset del cervello.

Condizionamenti a parte, in certi momenti si sta veramente male e io ero proprio in uno di quei momenti.

La decisione stava per essere presa, avevo in testa di non riuscire a ristabilire una parità tra me e il mondo.

Mettendo una mano in tasca, mi ritrovai tra le dita un gettone telefonico.

Non tutte la cabine della Sip funzionavano ancora a gettoni, da qualche tempo erano state introdotte le prime tessere magnetiche, più che altro per evitare i furti di gettoni e monetine dagli apparecchi.

Non sapevo di averlo in tasca quel gettone telefonico, anche se era da diversi minuti che me lo ciondolavo, senza rendermene conto, tra le dita della mano che tenevo in tasca.

In quel momento mi alzai per andare a telefonare. Un riflesso condizionato?

Guarda, non so rispondere, anche perché, la telefonata che stavo per andare a fare, era diretta ad Antonella.

Quello che mi fa venire ancora oggi i brividi, è che con Antonella, non avevo mai avuto nessun tipo di confidenza.

Conoscevo questa ragazza, solo perché aveva lavorato un breve periodo, come impiegata, presso la mia ditta, anzi devo dire la mia ex ditta.

In quel tempo, con Antonella, non avevo mai superato il buongiorno/buonasera, un po’ per timidezza, un po’ per dare stacco tra titolare e dipendente.

Poi, ad un certo giorno, vinse un concorso in una azienda pubblica e si licenziò dalle mie dipendenze. Da quel momento in avanti, per due anni, non la vidi o la sentii più.

Al telefono rispose la mamma di Antonella, alla quale chiesi di passarmela.

Non rimase per nulla sorpresa della mia chiamata e qualche minuto dopo mi raggiunse sulla panchina.

Io e Anto, da quel momento, non ci siamo più separati. Successivamente, mi confido che per i due anni in cui non mi vide, rappresentavo il suo primo pensiero al mattino e il suo ultimo alla sera prima di addormentarsi.

Non so cosa conosci o pensi della Legge dell’Attrazione, io dico solo che penso sia una cosa reale.

Durante la mia esperienza di vita, ne ho avuto diverse dimostrazioni pratiche.

Dai, se ti va di seguire questa storia, domani inizio a raccontare come ho fatto soldi senza soldi.

Beh, ho ancora una serie di errori da raccontarti, errori madornali, tempo regalato, ma anche delle perle che ti potranno aprire gli occhi verso la conquista della ricchezza.

A domani.

Max W. Soldini