Con l’ausilio di questo imprenditore di Treviso, dal quale ho anche imparato molte delle citazioni in latino che ogni tanto favello, mi rimisi in sesto, ma sempre al livello di un dipendente.

Hai visto che, durante una giornata di 24 ore, riuscivamo a produrre per 40 ore. Il resto era dedicato al riposo.

Il furgone F12, era diventato la nostra casa e quando non era occupato dai giornali che andavamo a consegnare, potevamo stendere i sedili e trasformarlo in un letto.

Beh, per uno abituato a dormire in ricoveri, chiamiamoli, alternativi, avere questo mezzo, poteva essere considerata una grande fortuna.

Non posso dire la stessa cosa per Anto, dato che ci stava andando in rimessa.

Stavamo passando da una situazione di emergenza, a una di caos.

Quando sei in una situazione di emergenza, non stai ancora guadagnando. Puoi tranquillamente paragonare la nostra situazione di allora, a quella che stai vivendo tu, se hai iniziato una nuova attività o se sei un dipendente che vende il proprio tempo a qualcun altro

Nella situazione di emergenza, nel momento estremo, ho pensato veramente al suicidio come rimedio. La potrei riassumere con una decina di termini, per farti capire il mio stato d’animo: Paura, sconvolgimento, panico, depressione, ma poi, utilizzando il mio gettone, cioè l’opportunità che avevo in tasca, ho fatto promozione della mia persona nel modo giusto, senza risparmiare uno sguardo o una parola al momento giusto.

Insomma, in quel momento, non ho pensato a ridurre i costi, anzi ho aumentato la promozione di me stesso.

Non devi paragonare la mia promozione alla spesa che potresti effettuare per acquistare un’automobile. E’ una cosa differente.

La mia era una promozione per la vita. Intesa proprio come gestione dell’anima e traguardo verso il mio sogno. Anche se, il mio sogno non era ancora formalmente chiaro o ben definito.

Mi spiego in parole ricche: Il mio primo obiettivo, era non tornare in fabbrica, poi, appena fuori dal guscio, rimasi folgorato da una serie di nuove tecnologie che erano condensate nelle radio e televisioni private.

Ho avuto l’opportunità di vivere in un Eldorado, tale e quale ad ora, con l’avvento dei nuovi media.

Pensaci bene, le novità, le possibilità, arrivano sempre. Periodicamente. Sta solo a te, saperle cogliere a maturazione.

A proposito di maturazione, non credere che aver ottenuto la rappresentanza della tipografia mi abbia destinato a diventare ricco.

Ancora una volta, stavo facendo un errore.

Mannaggia, sono passato da fare tre collassi al giorno perché non mangiavo, ad un secondo dal suicidio, a guadagnare una somma considerevole da riuscire a pagare i debiti a nome di mio padre e ancora ti parlo di errori?

Certo, se non avessi capito che ho commesso degli errori, non avrebbe alcun senso stare qui a raccontarti la mia esperienza.

Sono solo passato da una situazione di emergenza ad una di caos.

Dal punto di vista del successo imprenditoriale, da quello del sogno con la S maiuscola, non cambiava nulla.

L’equazione era sempre la stessa: Tante ore, tanti soldi. In emergenza, ci può anche stare, ma la situazione di caos, la puoi anche evitare.

In una situazione di caos, fai solo una cosa e la replichi all’infinito: Lavori, lavori, lavori.

La nostra situazione di caos, durò per diversi anni, anche quando la mia prima impresa, iniziava a rendere qualche bel soldino.

Questo va bene se hai il vento in poppa. Ma se il vento finisce?

Ti ritrovi sempre allo stesso punto e hai una sensazione di frustrazione.

E’ la classica situazione in cui la maggior parte dei piccoli imprenditori, molla e fallisce.

Sai cosa intendo, l’azienda va a gonfie vele per anni, non ti curi del vento, investi solo in macchinari, ti indebiti con la banca.

Il vento cessa e tu sei fritto, finito, kaputt.

I nodi vengono la pettine, la banca ti fa ipotecare tutto il possibile. Come diceva quella canzone? Ah, si, la musica è finita, gli amici se ne vanno.

Già, ricordati che i primi ad andarsene, dopo i parenti stretti, sono sempre gli amici.

La situazione di caos, se vuoi ottenere un vero successo come imprenditore, deve terminare il prima possibile.

Noi abbiamo capito questa cosa dopo diversi anni, ma in tempo.

La prima percezione, fu quella di vendere il mio portafoglio clienti all’imprenditore professore. Stavano nascendo decine di aziende di stampa in roto, i prezzi calavano di conseguenza per una maggiore offerta e per chiudere dei buoni profitti, dovevo comunque adeguarmi al mercato.

Uno più uno, non faceva più tre.

Incassai una buona somma dal mio portafoglio clienti e da tempo mi stavo guardando in giro.

-Quando io andrò in pensione, tu sarai un industriale.

Questo fu il saluto del professore.

-Grazie dell’augurio, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta.

Gli risposi, contando l’incasso della giornata.

I clienti che stampavano i periodici, avevano anche bisogno di spedirli ai loro associati tramite il servizio postale.

Si usava incollare una etichetta manualmente sul periodico, suddividendo i pacchetti per codice di avviamento postale e spedendo tramite il servizio delle poste italiane.

Era un lavoro che, per lo più, veniva affidato a delle famiglie che lo eseguivano in casa o in garage.

Guarda, una volta, i cinesi eravamo noi. Quando uno finiva il lavoro in fabbrica o nei campi, faceva almeno un  secondo lavoro, assemblando qualcosa per altre quattro o cinque ore. C’era chi rifaceva avvolgimenti elettrici, chi si occupava di confezioni o maglieria, c’era pure chi incollava le etichette per spedire i giornali. Al sabato e alla domenica, a tutte le feste comandate, si andava a fare i camerieri in nero. Io stesso, per diversi anni, feci il cameriere al sabato e alla domenica.

Sappi che, lo feci per diverse volte all’ultimo dell’anno, pur avendo già in banca oltre un miliardo di lire. Era il mio modo per ricordare che a ritornare nella merda, ci si mette un secondo. Una delle ultime volte, mi ritrovai a servire Ugo, il direttore della banca che era al cenone con tutta la famiglia.

Uh, dove ero rimasto? Ah, sì, alle etichette dei giornali.

Anche questa fu una folgorazione, specie quando venni a sapere che a Modena, c’era una ditta che produceva un macchinario che appiccicava le etichette sui giornali in automatico, suddividendo anche i pacchi per la posta.

Dovevo assolutamente possedere una, almeno una di quelle macchine.

C’è una cosa che non cambierà mai, nei secoli dei secoli. Se si sparge la voce che sei fallito, una macchina del genere non te la danno nemmeno se paghi in contanti. Al limite ti danno una macchinata tra coppa e collo.

Beh, noi i contanti, non li avevamo nemmeno per affrontare un acquisto del genere. La macchina costava oltre quattrocento milioni di lire.

Quando contattai questa ditta di Modena, venne un rappresentante a farmi visita. Devo dire che venne anche con una certa sollecitudine.

Trattammo l’acquisto di un macchinario che doveva avvenire con un pagamento rateale, garantito da cambiali, con la legge Sabbatini.

La consegna di questa macchina, non sarebbe potuta avvenire prima di otto/dieci mesi.

Concordammo il prezzo e il giorno in cui, il titolare in persona sarebbe venuto per la chiusura del contratto.

Quel giorno arrivò, il titolare della ditta costruttrice, arrivò nell’ufficio del mio stabilimento, mi parlò per circa trenta minuti dei valori della loro azienda, degli azionisti, delle loro aspettative, blablabla, per dirmi che avevano valutato di non correre il rischio di vendere una macchina ad una persona come me.

Io avevo tanto di quel lavoro in mano che sarei riuscito a pagare quel macchinario in pochi mesi, ma che non sarei riuscito a svolgere senza di quell’apporto.

Ci demmo la mano, mi ricordo che dissi che capivo la loro politica aziendale, che probabilmente, al loro posto, avrei fatto la stessa cosa, d’altronde, bisognava rispondere agli azionisti.

Quelle erano le parole che mi uscivano dalla bocca, in realtà, avrei voluto dire *$@#%**k#@§#azionisti@##!!.

Ecco, adesso sai che conosco delle delle parole che, io stesso, non pronuncerei mai.

Avere in testa un’idea vincente e non poterla realizzare, è una delle più grandi cagate che tu possa fare in vita.

Non mi persi d’animo: Insisti e resisti, Max, insisti e resisti fino alla meta. Non importa come ci arrivi. Non aver paura se ti sbattono nel fango, sappi che puoi rialzarti e continuare a spingere.

Le parole del mio allenatore di rugby, del mio tanto odiato allenatore di rugby.

Trovai, in provincia di Perugia, un costruttore di macchine che confezionavano i biscotti.

Andai subito a trovarlo per esporgli la mia idea.

Ah, beh, azienda leader, non c’è che dire. Quando arrivai, stava girando intorno al suo piccolissimo capannone con un Go kart.

Tanto era pieno di lavoro.

In realtà, si trattava di un operaio che si era messo in proprio e la sua produzione fino a quel giorno, consisteva in una unica macchinetta prodotta per un’azienda di panettoni.

Questo tipo, aveva solo un dipendente.

A guardarlo bene, il dipendente, teneva la faccia di uno che non pigliava la paga da mesi.

Non avevo alternative, gli spiegai cosa mi servisse, solito schizzo come se fossi stato un ingegnere meccanico, in realtà, non sapevo bene nemmeno io di cosa stavo parlando.

Acconto misero, pagamento a Babbo Morto. Anche qui, una grande promozione di me stesso.

Tre mesi dopo, avevo la macchina istallata. Appiccicava diecimila etichette in un’ora. Il lavoro di un mese, fatto in un giorno.

Stavo per diventare un nababbo. Non riesco a spiegarmi, ma la sensazione, quando andavo dai miei clienti, era quella di andare da un novantenne con l’elisir della giovinezza.

Tu lo compreresti? Io, non so se lo comprerei un elisir della giovinezza, di sicuro so che riuscirei a venderlo.

-Guardi signore, lei adesso ha novantanove anni, ma con tre semplici gocce di questo elisir, potrà ringiovanire di trent’anni, con sei gocce, altri venti anni.

Mi si stava aprendo un mondo.

Un anno e mezzo dopo, avevo cinque di quelle macchine istallate, uno stabilimento a Rovigo, uno a Padova, uno a Bologna, uno in provincia di Milano.

Una cinquantina di dipendenti.

Stavo ancora sbagliando. Continuavo a lavorare come un Asino, cioè peggio dei miei dipendenti.

Giorno e notte, notte e giorno, non esisteva alcuna pausa. Quando un dipendente andava a mangiare, io continuavo alla macchina.

Se un dipendente era in mutua, ferie, permesso: Io ero alla macchina.

Producevo 362 giorni all’anno, per 24 ore al giorno.

Invece di avere tre macchine e fare un turno, avevo una macchina per tre turni e molto olio di gomito, perché almeno due turni, erano a mio carico.

Insomma, stavo guadagnando denaro, senza rendermi conto che non mi ero salvato dal suicidio quel giorno sulla panchina, ma che avevo venduto la mia anima al lavoro.

Ti faccio solo un esempio per tutti: il mio primo figlio, fu partorito in macchina a Brescia.

Antonella era in dolce attesa e quella sera, al nono mese, mi portò la borsa all’allenamento di rugby per non farmi arrivare in ritardo. Alla fine dell’allenamento, mi dovevo recare a Milano per consegnare una commessa.

Ovviamente, Antonella volle accompagnarmi.

Ci mettemmo in viaggio con una nebbia fittissima, avevamo una Fiat Panda, blu.

All’altezza di Brescia, eravamo in autostrada, trovammo un incidente stradale e restammo in coda per diverso tempo. A un certo punto, iniziarono le doglie.

Non ci eravamo mai trovati in una situazione del genere, Anto si lamentava per i dolori sempre più forti.

Io cercavo di rincuorarla, ma la fila di macchine e camion non si muoveva.

Guarda che all’epoca, non c’erano i cellulari per chiamare aiuto.

Decisi di utilizzare la corsia di emergenza e prendere la prima uscita. Così feci finché un camionista non mise il camion di traverso per non farmi passare.

Credeva che fossi uno dei soliti furbetti che non rispetta le code. A suo insindacabile giudizio, decise che non dovevo passare.

Hai presente quelle persone che sono convinte di avere sempre ragione e che per questo motivo impersonano il giustiziere della minchia?

Anche a te è venuto in mente Dario?

Dovetti scendere dalla macchina, spiegare la situazione al camionista, un po’ come fargli vedere il mio bilancio, convincerlo che con la venuta al mondo di un altro essere umano di cittadinanza italiana, il debito pro capite si sarebbe diviso ulteriormente e che tutti ne avremmo tratto un vantaggio.

Mi spiegai molto bene in tre secondi, e in una decina di minuti arrivai agli spedali riuniti di Brescia.

Si chiamo proprio spedale.

Arrivai che mio figlio era già nato.

Insomma, eravamo già nel 1996, e io non avevo ancora capito come fare soldi nel vero senso della parola, anche se ero sulla buona strada.

Dai, domani ti racconterò un altro pezzo di questa storia, forse la penultima parte del mio racconto e uno degli ultimi appuntamenti in questo blog.

Ti farò capire come mi sono avvicinato al mondo delle valute e ti racconterò delle mie prime esperienze con la cessione del contratto.

Saranno cose un po’ tecniche, per cui, non so se sarai interessato a conoscerle.

A domani, sempre se ci vorrai essere.

Max W. Soldini