Questa è una storia VERA. La mia. Leggila solo se hai un po’ di tempo, se sei disponibile a perderlo od a correre il rischio, in alcuni passaggi, di intristirti o toccarti in basso per scongiurare qualcosa. Sei ampiamente giustificato, anzi…ti invito a farlo, perché lo farei anch’io.

 Leggo tutti i giorni il blog, quasi dalla sua partenza. Ma raramente scrivo commenti, preferisco leggerli.

 C’ero a tutte le riunioni, nazionali e nella mia zona, c’ero in tutti i webinar sulle consulenze, i saldo e stralcio, l’investitore sofisticato. C’ero a Bologna per il non-corso. In tutto, poche domande, ma molto ascolto ed analisi, molti appunti.

 Ma stavolta faccio una eccezione. Grossa. La faccio perché ormai da un po’ di tempo sono sceso in campo in questo progetto e non da solo. Ho letto spesso racconti di vita propria degli altri lettori e, soprattutto, quella di Max (che già, per sommi capi, conosce la mia). Una parola ricorre: RIVALSA. Ecco la mia.

 Dodici anni fa, da poche settimane nel nuovo millennio, ero alla fermata di un autobus. Guardavo fisso l’asfalto al centro della strada. Non mi ricordo dove stessi andando. E non mi ricordo neanche da quanto tempo, come un ebete, stessi fissando l’asfalto, come se avesse in serbo delle risposte per me, che non volesse ancora darmi, il bastardo. Non mi distraevano neanche la macchine che passavano sfrecciando o suonando nervosamente.

 Ricordo che ero nel mio completo grigio, su misura, in tessuto Tasmanian, camicia bianca su misura in cotone leggerissimo, cravatta di un artigiano noto in tutto il mondo, il top delle scarpe inglesi ai piedi. E la mia borsa in pelle, quasi vuota. Non mi piaceva molto prendere l’autobus, ma il mio Coupè da 300 cavalli era parcheggiato ormai da qualche mese per strada di fronte alla rampa di ingresso del meccanico. Strano che non fosse già diventato un pollaio o l’alloggio temporaneo di un barbone. Non avevo i soldi per pagare un pezzo di ricambio un po’ costoso e l’avevo praticamente abbandonata li, in attesa, vana, che un giorno avessi avuto quei soldi in più. I soldi.

 La sbuffata dell’apertura pneumatica delle porte dell’autobus, che si era appena fermato davanti a me, mi riportò alla realtà, come una frustata sulla schiena: i soldi.

 I soldi, cazzo. Frugai nelle mie tasche..la gente iniziava a salire…frugavo anche nelle tasche della giacca…niente..nel fondo della borsa…erano quasi tutti saliti…ripassai bruscamente con le dita l’interno di ogni tasca…niente…un flash al centro della fronte….il portafoglio era vuoto…le tasche erano vuote…non avevo neanche un euro per prendere l’autobus…neanche un euro. Erano tutti saliti.

 In quel momento, solo in quel momento, come se mi fossi svegliato da un sonno durato mesi, come se mi avessero versato in testa un secchio di acqua ghiacciata…realizzai. Non avevo più un euro, in generale. Niente sul conto in banca, niente depositato in altre forme, niente risparmiato, niente nel portafogli, niente in tasca…stavano per chiudersi le porte dell’autobus. Sono salito con un balzo, come per riflesso. Si chiudono le porte…l’autobus parte…non ho il biglietto in tasca e non ho neanche i soldi per comprarlo. Non ho più un soldo, in assoluto.

 In ufficio mi sta aspettando il Presidente, abbiamo una riunione a mezzogiorno. Entro nella mia stanza, saluto i miei 6 collaboratori nell’altra, fra i migliori degli ultimi Master. L’addetto stampa mi fa firmare il “visto” per il prossimo articolo, uscirà su “La Repubblica”, ma solo nella edizione locale. Il nostro media-partner nazionale è il Corriere della Sera, ha la precedenza. Arriva la segretaria del Presidente, altre firme, mi ricorda una conferenza nel pomeriggio in Confindustria, ma nessun sorriso. Nessuno sorride.

Il giorno dopo firmo le dimissioni, con effetto immediato. Tutti sapevano, tranne me. Il Presidente ha altri progetti che non prevedono la mia guida. Quando sono arrivato, non c’era neanche un piano di marketing aziendale, in realtà non ne avevano neanche mai visto uno, la comunicazione istituzionale era imbarazzante, solo interviste per il Presidente…lo stesso testo risciacquato da anni…quelli dello staff si vergognavano a dire che lavoravano li.

 In 6 mesi avevo speso la metà del budget degli ultimi 3 anni, raddoppiato la linea di prodotti, stretto rapporti con le migliori aziende-partner, triplicato le uscite sulla stampa nazionale. Ma ora, pareva che di progetti ce ne fossero pure troppi. Per le loro possibilità, sicuramente.

 Svuoto il mio cassetto, nel corridoio mi aspetta il Direttore Generale, quasi in lacrime. E’ stato per molti anni il Direttore del Personale di importanti multinazionali, un manager che se fosse nato in America avrebbe avuto una scrivania all’ultimo piano di importanti aziende quotate in Borsa. E’ incazzato come un gorilla…”no..no..che stronzata..” ripete almeno 5 volte. Mi aveva scelto lui per quel ruolo da Dirigente, dopo una selezione durata tre mesi, cinque colloqui individuali da due ore l’uno in media, test-psico-attitudinali e, nella “finalissima” fra me e l’altro candidato superstite, la stesura di un progetto pilota in massimo tre ore di tempo. L’avevo consegnato in 45 minuti. L’altro candidato se n’era andato dopo 10, aveva rinunciato a scrivere, neanche una riga.

 Il Direttore generale mi abbraccia senza farmi respirare…..mi trattengo con sforzo enorme…”Grazie…grazie” riesco a sospirare. Dopo due mesi si licenzierà anche lui, per rabbia.

 Non ho più un lavoro. Non ho più un soldo. Vendo il Coupè al meccanico, che mi ringrazia. Vendo casa. Non ho più una casa. Da due anni non ho più neanche una moglie ed un figlio. Non ho più niente, niente. Guardo fuori dalla finestra. Ed ho paura di aprirla. Ho lo stomaco in gola.

Perché è successo ? Perché a me ?

(continua)

Darkman