Nel precedente post, ti ho raccontato di quando scelsi di aprire la mia prima attività. Anche di come fu facile guadagnare con l’idea giusta. Ti ho anche raccontato di quando, arrivato in banca per cambiare un assegno, il direttore mi disse che era finita.

La banca era la allora Cassa Rurale e Artigiana Sant’Apollinare, di Rovigo.

Ad essere onesto, non era per nulla finita, ma ero solo all’inizio. Come ti ho detto prima, il direttore mi fece chiamare in ufficio per dirmi che non poteva cambiarmi l’assegno perché non avevo una lira nel conto.

Se hai o hai avuto il conto in una Cassa Rurale, sei a conoscenza che il direttore vede chiunque entra in filiale dal monitor che ha in ufficio.

Non si sa mai, nel caso dovesse entrare un concorrente per una rapina, si creerebbe il vantaggio di avvisare le forze dell’ordine per impedirglielo. Il cliente, in questo modo può continuare a rapinarlo lui.

Come ti dicevo, il direttore mi convocò in ufficio per dirmi che era finita. Il problema non ci sarebbe nemmeno stato se non avessi avuto qualche assegno post datato in circolazione.

Una delle cose più stupide che un imprenditore possa fare, dopo ovviamente l’avviare un’impresa in Italia, è mettere in circolazione assegni post datati, cambiali e riconoscere debiti con carte scritte.

Quando dissi a Ugo, questo era il nome del direttore, di avere almeno un blocchetto di assegni firmati ancora in giro, accennò un mezzo sorriso sotto i baffi, passò la fiamma dell’accendino sul suo puzzolentissimo toscano e chiese di vedere mio padre il giorno stesso per “sistemare le cose”.

Non sono mai stato un fumatore, anche se posso dirti di aver fumato cinque sigarette e uno spinello in vita mia.

La volta che fumai lo spinello, prima di vomitare, ricordo che mi apparve San Straocio da Strà, protettore degli ubriaconi.

Era talmente brutto e strabico, (Straocio in veneto), che decisi di non riprovare mai più con gli spinelli.

Ti dicevo che non sono mai stato un fumatore, però conoscevo molto bene il rito del toscano.

Lo si fuma, una “boccata” ogni tanto, accendendolo accostando la fiamma dell’accendino, solo per quella esclusiva tirata.

Se te ne vuoi concedere un’altra, dovrai riaccostare la fiamma al sigaro.

Credo che si possa classificare il suo odore, quando è acceso, a quello di una merda.

Insomma, te la faccio breve, senza giri di parole, è un po’ come stare in una stanza con uno che ogni tanto scorreggia.

Ecco, Ugo, il direttore, dopo la sua scorreggia, disse di tornare al pomeriggio con mio padre e che avremmo sistemato le cose.

Mio padre, non ha mai posseduto nulla, a parte la sua vecchia Prinz Nsu. Una di quelle macchine di importazione dai paesi dell’Est, almeno credo. Qui non sono esperto e sarebbe il caso di chiedere a Dario, lui ne avrà ancora nel suo, (hehe), chiamiamolo autosalone. Io ricordo solo che, quando passavamo per le strade, su quest’auto, la gente si grattava le palle e gridava a chi gli era vicino “Tua!”, toccandogli una spalla.

Era un rito, quello di “attaccare” la Prinz a qualcuno per scaricargli la sfiga.

Uscito dalla banca, mi recai in ufficio da papà. Lui lavorava in cassa all’Enel, quando non era in permesso sindacale.

-Pà, mi ha detto Ugo che dobbiamo passare in banca quando finisci in ufficio.

-Per fare che?

-Boh, ho avuto un problema di liquidità per un assegno e mi ha detto che ha bisogno di parlare con te, per sistemare le cose.

Per questo genere di cose, mio padre, non mi ha mai detto di no. Anzi, pur di vedermi tranquillo, non solo ha sempre firmato qualsiasi cosa, ma è arrivato a fare assegni post datati per coprire i miei.

Insomma, mi ha sempre aiutato incondizionatamente. Probabilmente sbagliando, non dico di no.

Finito l’orario di ufficio di Papà, ci recammo in filiale. Era tardi, ma Ugo ci stava aspettando.

Ero convinto che ci avesse convocato li per aiutarmi, ma mi resi conto immediatamente dell’imboscata che mi aveva teso.

Dopo pochi secondi di conversazione, disse esplicitamente a mio padre che ero in una situazione pessima, sfilando da un cassetto un pacchetto di cambiali in bianco e facendogliele firmare.

Gliele fece firmare come avallante, la firma principale, spettò a me.

Adesso tu penserai che la banca ci avesse concesso una dilazione per potermi permettere di coprire gli assegni scoperti che dovevano arrivare nell’arco di pochi giorni sul mio conto.

E già, quella sarebbe stata la fine, mica l’inizio.

I quaranta milioni di lire in cambiali, servirono solo a coprire il fido che avevo utilizzato in banca.

Fatte le firme, il conto mi fu immediatamente chiuso e il fido revocato. Sì, in seguito, gli assegni furono tutti protestati.

Ugo disse che era necessario per il buon nome della famiglia che non avessimo debiti con la banca e che comunque, protestare un assegno, era si un reato, ma che non si finiva più in carcere per quel genere di cose.

Dicendo questo, scorreggiò il suo sigaro un paio di volte.

Mio padre annuì con uno strano gesto della testa, non so se per dargli ragione o per mandarlo a cagare e uscimmo dalla banca.

La strada verso casa, la facemmo in completo silenzio, io un passo dietro a mio papà.

Quaranta milioni di lire, divennero con gli interessi dell’epoca, più di centoventi milioni in un paio di anni.

Non posso biasimare Ugo per il suo gesto, forse al suo posto avrei fatto alla stessa maniera, cercando di recuperare al massimo il mio credito.

Non ti sto nemmeno raccontando queste cose per parlare male delle banche, sarebbe troppo semplice dare loro la colpa degli avvenimenti e ridurre il tutto ad un lamento continuo a mo di giustificazione dei miei errori.

La banca ha solo approfittato della situazione, triplicando il suo capitale a spese della buona fede di mio padre.

Comunque la pensi, io voglio solo farti partecipe di un percorso, dove le colpe sono state solo mie e anche i meriti, perché da questo momento di intenso dolore, ho capito come girava il mondo e in particolare, per chi girava.

Credimi, non l’ho capito subito, perché nella maggior parte delle occasioni, ci sono dovuto arrivare da solo.

Quando arrivò il primo assegno all’incasso, usci il mio nome sul bollettino dei protesti.

Guarda, quando lo vidi, sembrava scritto con caratteri ancora più grandi di quelli usati per i nomi degli altri.

Il conto non l’avevo mica più e anche se, a quei tempi, le banche si passavano i clienti morosi una con l’altra, un po’ come faceva la gente con le Prinz, non riuscii ad aprire un conto in banca.

Pochissimi mesi dopo, mi ritrovai in tribunale per il mio fallimento.

Non sapevo nemmeno cosa significasse la parola fallimento, ma ti giuro che ci arrivai presto a comprenderne tutti i risvolti.

Il processo me lo ricordo bene.

Tutti dentro una stanza del tribunale, il giudice, si chiamava Cavaliere di cognome, avrà avuto duecento anni e mi chiese se avevo un legale di fiducia.

Risposi di no e a quel punto, ne prese uno di passaggio dicendogli che doveva difendermi d’ufficio.

L’avvocato mi chiese solo se avevo soldi per pagarlo e appena risposi di no, disse al giudice che si rimetteva alla clemenza della corte.

La corte fu clemente a livello di un clistere.

Bancarotta fraudolenta per mancanza dall’inventario della ditta di due sedie e un tavolo.

Un bel tavolo di cristallo, eh, non c’è che dire.

L’avevo lasciato al geometra che mi aveva affittato l’ufficio, amico di mio padre, col quale non volevo far sfigurare la famiglia.

Al giudice non potevo certo dirlo, avrei messo in difficoltà il geometra e di conseguenza mio padre.

Il curatore del mio fallimento, si era laureato da pochissimo e io rappresentavo la sua prima curatela, ovviamente, per fare una buona figura con il giudice Cavaliere, fece una relazione molto illuminante. Ora posso dire che, la bancarotta fraudolenta era dovuta più ai suoi scritti che alle sedie e al tavolo mancanti dall’inventario.

Subito dopo il mio fallimento, dovetti uscire di casa e prendere la residenza in maniera fittizia in un altro posto.

Se fossi rimasto a casa dei miei genitori, avrei corso il rischio, anzi, avrei certamente fatto pignorare i loro mobili.

Non potevo correre questo rischio e me ne andai allo sbaraglio.

Mi trovavo in una situazione chiaramente difficile, non si trattava della solita ditta che salta con tutto organizzato per creare un bidone e a parte quello che avevo addosso, non mi portai fuori da casa null’altro.

In pratica, non possedevo nulla di valore e nei primi giorni, a parte il rimbombo delle parole del giudice Cavaliere, dell’avvocato che mi chiedeva se avevo di che pagarlo, le improvvise apparizioni di mia mamma che mi ripeteva: “Te l’avevo detto di non lasciare il posto sicuro”, nella mia testa iniziavano a formarsi delle considerazioni.

Mi domandavo spesso anche perché questo fosse successo a me, e non riuscivo a trovare una risposta.

Pensavo che la Prinz portasse veramente sfiga, e che chi arrivasse da una famiglia povera, non avesse le stesse possibilità di chi arrivasse da una famiglia ricca.

Te lo dico, questa è la solita scusa per non assumersi le proprie responsabilità.

Il motivo della mia prima sconfitta era che non avevo capito che i poveri rimangono poveri perché acquistano beni che non crescono di valore, mentre i ricchi, sono tali, perché acquistano beni che cresceranno di valore.

Detta così, sembra una cagata pazzesca, ma se ci pensi bene, è una delle regole che devi imparare per bene.

Dai, ripetilo con me, ad alta voce: I poveri, rimangono poveri, perché acquistano beni che non crescono di valore.

Ero in pieno sconforto, perché la mia grande occasione era sfumata in un brevissimo periodo ed ero convinto che non mi si sarebbe ripresentata la possibilità di riprovare ed ottenere successo.

Pensavo che il mio destino, fosse rappresentato dal rimanere povero per sempre.

In verità, a distanza di anni, mi resi conto di essermi trovato in quella situazione solo per una serie di circostanze che avrei potuto dominare.

Uno degli errori frequenti, mi riferisco al campo finanziario, è quello di correre, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Anche appoggiarsi alle abitudini, è un errore costoso, perché ci sono le abitudini del fare e quelle del non fare e bisogna saperle ben distinguere.

Rimandare e correre, correre e rimandare, questa fu la mia prima lezione negativa, ma sappi che non l’appresi subito questa cosa, mi ci vollero degli anni.

Il segreto, è avere delle basi solide e capire che le basi solide non derivano solo dal denaro, ma dall’abitudine a saperlo gestire questo denaro.

Ti scrivo qui una frase sulla quale potrai riflettere a lungo e cerca di comprendere cosa sto scrivendo, è importante.

L’abitudine della gestione finanziaria, è più importante della somma che dovrai gestire.

Ti spiego perché ritengo importante questa affermazione. Perché rimandare la gestione del denaro, è come essere obeso e dire “Inizierò a fare del movimento quando avrò perso dieci chili”.

Mi spiego?

Ecco, ti vedo bene, adesso so che stai capendo quando parlo dei calcetti al barattolo, del time out negli allenamenti, a quando dico di onorare te stesso come onori gli altri.

Ascolta, non so se ti sto rompendo le scatole con questi testi, ma credimi, sono fondamentali i ragionamenti che ne escono se la tua intenzione è raggiungere la libertà finanziaria.

Se capisci bene di cosa sto parlando, potrai abbinare il ragionamento alla tecnica.

Non fare la fine del due di picche e cerca di guardare oltre la moneta.

Bene, bene, benissimo, domani ti racconterò di quando ho deciso di farla finita.

Sì, la mia intenzione era di farla finita con la vita di merda, togliendomi la vita, invece ti farò capire come sono riuscito a finirla con questa vita di merda iniziando una nuova vita.

Ho deciso tutto in una frazione di secondo, lanciando un gettone telefonico per aria.

Beh, sempre se ti interessano le mie storie e se ci trovi qualcosa di valido nel leggerle.

A domani.

Max W. Soldini