-Meglio che piangi tu, se fossi io a piangere, sarebbe per una cosa molto grave.

Quando, da piccolo, mi intestardivo in un capriccio, piangendo e puntando i piedi, non mi risparmiavi mai questa frase.

Certo, se a piangere fosse un papà, le cose sarebbero diverse.

Ci sono cose che, quando sei ragazzo, non puoi capire.

Sono quelle cose che la vita ti imprime dentro un po’ per volta, inconsapevolmente, che sconti all’improvviso, in modo automatico.

Ho acceso il fuoco nel camino, questa mattina, dopo essere stato nel “mio posto” con Anto e i miei cani. Vado sempre li quando ho bisogno di stare solo con il vento.

Come al solito, ad accendere il fuoco, ho fatto una fatica enorme.

Una base con le bucce delle arachidi o quelle dei pistacchi che mi hai insegnato a conservare per queste occasioni, “Perché nulla si deve sprecare e tutto serve”. Un po’ di legna secca per avere rapida presa, e un bel ceppo che possa garantire la continuità della fiamma, “Che dovrai alimentare con passione”.

-Lento e costante.

Mi sono reso conto di cosa mi stavi insegnando solo oggi, guardando il fuoco, anzi, sentendone derivare un calore anomalo che non avevo mai sentito.

Anche tu, avevi il tuo posto, dove ti rifugiavi nei momenti in cui avevi bisogno di pensare.

Era dove eri nato.

In campagna, nell’ex podere del nonno, perso per una firma fatta in banca a favore dei frati Cappuccini.

Mi ci portavi a pesca, e tornavamo sempre senza aver catturato nulla. Ti bastava restare in argine al canale e guardarmi correre sull’erba medica.

Vedi, ci sono cose che si capiscono dopo, quando non si possono più discutere.

-Fammi una smorfia, commendatore, cosi riesco a raderti bene anche sotto il naso. Fai come se dovessi baciare la signorina.

Te lo ripetevo sempre, indicando mia zia, che è ancora signorina, pur essendo più anziana di te.

E tu la facevi questa smorfia, e mi riempivi di soddisfazione perché ero l’unico figlio che ti poteva fare questo servizio.

-Come fai la barba tu, Abramo, non la sa fare nessuno.

Già, mi chiamavi Abramo, mica Massimo, ma non mi importava, bastava che mi associassi ad un nome.

Bastava che tu capissi che ti sono riconoscente, per via del fuoco, della passione, dell’erba medica. Di tutte le altre testimonianze della tua ricchezza che mi hai trasmesso.

Tra poco ti accompagnerò nel tuo ultimo viaggio. Questo è uno di quei giorni che non immagini nemmeno, per cui non sei mai pronto.

Non avrò parole per quel momento, per questo ho preferito scrivere, sperando che tu possa leggere le mie righe.

Avrei voluto che oggi non arrivasse mai, ma tu mi avresti detto che senza oggi non potremo avere nemmeno domani.

E il tempo, non lo possiamo certo fermare.

Ciao Pà, fai una buona pesca.

Abramo.