Non vedevo Antonella da almeno due anni, si era licenziata perché aveva vinto un concorso nella allora Amtur, la società dei trasporti della provincia di Rovigo. Il classico posto fisso alle dipendenze di un ente pubblico.

Per chi era cresciuto in una famiglia come le nostre, un posto del genere, equivaleva ad aver vinto una lotteria.

Verso i primi di Aprile di quell’anno, Antonella mi parlò di una agenzia che suo fratello stava per aprire. Era un grafico pubblicitario, dato che aveva studiato all’istituto d’arte e mi disse pure che magari avrebbe avuto bisogno di qualcuno che seguisse la parte commerciale.

Il giorno dopo, andammo a parlare con lui.

Conoscevo suo fratello da diversi anni, aveva collaborato con la mia vecchia ditta prima di partire per il servizio militare.

Aveva intenzione di prendere in affitto un ufficio per esercitare la sua professione di grafico.

In quel periodo, si faceva tutto manualmente. Ad esempio, per comporre i testi di un giornale, si utilizzava una apparecchiatura che si chiamava foto unità, con la quale si battevano i testi come in una macchina da scrivere, dalla quale uscivano delle strisciate di carta cerata con gli articoli, poi si montavano a mano sulle pagine che venivano, a quel punto,  fotografate per fare una pellicola in negativo, poi una in positivo per imprimere una lastra di alluminio per poi andare in stampa.

Pensa solo che, per stampare quattro colori di una fotografia, si facevano quattro distinti passaggi in macchina litografica.

Con Andrea, mio prossimo cognato, decidemmo di aprire questa attività, senza avere nessun tipo di macchinario.

Io trovavo i clienti, lui preparava il progetto grafico, mandavamo la maggior parte delle lavorazioni a chi possedeva le attrezzature,per poi finire manualmente il lavoro.

Io ero un fallito, non potei quindi intestarmi nulla, come fu per Antonella, perché era una dipendente pubblica.

Questo determinò molto nella distribuzione degli utili e delle spese dell’ufficio.

Ti faccio solo un esempio: Le spese si dividevano per tre, perché eravamo effettivamente in tre, mentre gli incassi si dividevano per due, dato che, per Andrea, eravamo due ditte distinte.

Anche le imposte venivano divise per tre, anche quelle come l’iva, che il mio bravo futuro cognatino scaricava regolarmente e pretendeva di incassare totalmente quando erano a suo favore, perché, per noi, sarebbero comunque state spese indetraibili.

Insomma, questo primo passo, non fu proprio quello giusto.

Facciamo due conti: Quando si doveva spendere, si divideva per tre, due parti noi e una lui, compresa l’imposta che detraeva solo il nostro socio, mentre quando si doveva incassare si divideva per due, metà e metà.

Questi furono i primi effetti tangibili del mio fallimento. Ero tenuto per le palle da chiunque volesse farlo.

L’alternativa era trovare un posto come dipendente, ma non sarei riuscito a pagare le cambiali che, Ugo, il direttore della Cassa Rurale, aveva fatto firmare a mio padre prima che fallissi.

La prima reazione a questa cosa, fu lavorare il più possibile, considerando che, per guadagnare per uno, dovevo lavorare per due e mezzo.

Insomma, anche lavorando per 24 ore al giorno, non sarei riuscito a tirarmi su.

In quel periodo, ovviamente, non esisteva internet, anche se stavano crescendo delle situazioni come Minitel, una specie di chat francese dove si potevano scambiare informazioni commerciali. Costosissima chat.

Tieni conto anche che i primi computer da ufficio della Olivetti, avevano una velocità di esecuzione inaccettabile oggi. Con dei monitor a fosfori verdi che occupavano almeno tre quarti della scrivania e sopratutto un costo fuori dal mondo.

Nel mio settore, poi, bisognava fare la maggior parte delle lavorazioni manualmente.

Non ci misi molto tempo a scaricare il mio socio, ma rimasi a lavorare con lui diversi mesi.

Questo lavoro mi piaceva, perché, oltre a dovermi cercare i clienti, passavo molte ore in camera oscura a sviluppare le pellicole.

La mia clientela, era composta praticamente da associazioni come la Confesercenti, Cna o di artigiani di altre sigle.

Ogni associazione, in quel periodo, usava inviare un giornalino ai propri associati per comunicare le varie scadenze.

Fare il giro delle varie associazioni a tiro di 200 chilometri da casa, fu una delle prime operazioni che feci.

Beh, non sono mai stato un grande asso nel vendere, me lo dicono tutti, però, qualche buon risultato lo portai a casa.

La vera svolta, per questo lavoro, l’ebbi quando venni a conoscenza che, a Treviso, un imprenditore stava piazzando una delle prime macchine da stampa in roto della nazione per la pubblicazione degli inserti del sole 24 ore.

La stampa roto, non parte da un foglio, ma da una bobina, ed è possibile stampare un giornale di 64 o più pagine in pochi minuti.

Il giornale, a fine macchina, esce già piegato.

Sai, per fare lo stesso lavoro, con una macchina a foglio, ci si mettevano anche dieci giorni.

Mi feci coraggio e ti giuro che me ne servì tanto e telefonai a quell’imprenditore.

Le prime cinque volte che chiamai, mi fece rispondere dalla segretaria che non aveva tempo per stava installando una nuova e rivoluzionaria macchina da stampa.

Non mollai e andai comunque a trovarlo nel suo stabilimento.

Era un imprenditore atipico, dato che per circa trent’anni aveva insegnato latino al liceo classico.

Si era sobbarcato le aziende di famiglia che sua moglie aveva ereditato e che i vari cognati non si sentivano di continuare a gestire al posto del defunto.

Avevano ereditato una fabbrica che faceva sacchetti per le salme, in pvc, rigorosamente di colore nero e anche li, fu un imprenditore innovativo, dato che aggiunse al sacco la cerniera per la chiusura.

Ereditò non so dirti quanti negozi di cartolibreria, e questa piccola tipografia con una trentina di dipendenti, dove in quegli anni, si stampavano una decina di giornali cattolici, sai, quelli che si comprano alla domenica quando si va alla messa.

Quando mi presentai da Michele, questo era il nome dell’imprenditore professore, mi fece fare tre ore di anticamera.

Alla fine mi ricevette per dirmi che non aveva bisogno di dipendenti ne di rappresentanti.

Non mi lascio nemmeno il tempo di parlare o spiegarmi, mi mise alla porta con la scusa che, dopo pochi minuti aveva un importante appuntamento.

Non ci rimasi molto bene, te lo garantisco, ma nemmeno me  la misi via.

Il giorno dopo ritornai, andandomene tre o quattro ore dopo, senza nemmeno essere ricevuto.

Ero sconsolato, demotivato e anche un po’ incazzato.

Stavo per mollare, questo è sicuro.

Stavo per tornare in stazione dei treni di Treviso, per andare a Rovigo, quando mi tornarono in mente le parole che il mio allenatore di Rugby mi sussurrava quando vedeva che stavo terminando la benzina: Insisti e Resisti, la meta è vicina e hai lavorato molto e bene per non schiacciare la palla e prendere il punto. Insisti e resisti, Max.

-Insisti e resisti ste due palle, quel bifolco, nemmeno mi vuol parlare.

Fatto sta, al giorno dopo, mi ripresentai a Treviso. Fui ricevuto dopo diverse ore di anticamera e riuscii a spiegarmi.

Il mio piano era diabolico. A lui servivano le macchine prevalentemente di notte e solo per qualche ora. Io potevo con il mio giro di clientela, farle funzionare anche di giorno.

Ingaggiato con un contratto di procacciatore d’affari.

Su mia proposta, senza nessuna provvigione, ma con un listino minimo di prezzi sui quali fare il ricarico che volevo  sul mio cliente. La differenza tra il minimo e il prezzo applicato, sarebbe stata la mia ricompensa.

Michele accettò, dandomi un po’ del fesso, scommettendo che non sarei resistito che qualche settimana.

In effetti, stavo azzardando.

Avevo in tasca i soldi per andare avanti al massimo per trenta minuti. Ho scritto minuti, non giorni. Cioè avevo l’equivalente di una spuma al cedro al primo bar del cavolo.

Sai cosa vuol dire questo?

Già, tornai da Treviso con l’autostop. Non avevo nemmeno i soldi per il treno.

Buon accordo, molto rischio, ma quando non hai nulla da perdere, difficilmente perdi.

C’era solo un problemino: Io, ero fallito e non avrei in nessun modo potuto aprire una partita Iva e senza partita iva, nessun contratto di procacciatore.

Avrei dovuto, ancora una volta, lavorare per mio cognato: Spese a mio carico, profitti a suo vantaggio.

Una volta giunto a Rovigo, ne parlai con Antonella.

Trovammo una soluzione in due o tre minuti: L’indomani, si licenziò dal posto fisso.

Antonella, fece come disse. Il giorno dopo, si licenziò.

La sua liquidazione, ammontava ad un milione di lire, 518 euro, poco meno o poco più, per intenderci.

Ci mettemmo subito all’opera. Trovammo un editore di Ferrara che stampava un settimanale. Per mandarlo in edicola, ci metteva circa sei giorni.

Gli proposi il mio servizio e senza indugio accettò.

Non mi chiese nemmeno quanto costava, aveva bisogno della velocità, perché se lasciava libere le macchine, avrebbe potuto impegnarle con altre lavorazioni e guadagnare molto di più.

Mi feci dare come acconto il suo furgone, un F12 Alfa Romeo, come quello della Guardia di Finanza, per farti paragone.

Non dovetti insistere un secondo per farmelo dare. Ne capii il motivo al primo viaggio.

Era scassatissimo. Pensa che per strada, gli automobilisti mi suonavano, per indicarmi che nella gomma destra, c’era un’enorme bolla al lato.

Non avevamo modo di sostituire la gomma e per diversi mesi, viaggiammo in quella situazione.

L’editore di Ferrara, aveva tutte le attrezzature necessarie per l’edizione di giornali. Ebbi la buona idea di fargli uno sconto sulla produzione del suo periodico, in cambio di poterle utilizzare di notte per le mie lavorazioni.

Ecco, mi ritrovai a lavorare di  notte con la mia socia per produrre le pellicole dei miei clienti, tutte le notti della settimana e durante il giorno, in giro per trovare nuovi clienti e in viaggio verso la tipografia di Treviso per stampare i periodici che con il furgone andavo a consegnare.

Diciamo un ciclo completo, con il vantaggio che il furgone era diventato la mia casa.

Di notte lavoravo, dormivo all’andata al mattino in furgone, finché Antonella guidava, lei dormiva al ritorno, mentre guidavo io.

Questo fu il mio primo incontro con la produzione di beni e servizi e l’inizio della mia fortuna, ma senza rendermi conto, stavo ancora sbagliando tutto.

Dai, ho dovuto per forza raccontarti anche questa parte, solo per farti capire che non è facile per nessuno.

Non sai quante mail mi arrivano da parte di persone che hanno soldi per un mese e non sanno cosa fare.

Io ho iniziato questa cosa con i soldi per qualche minuto.

Beh, comunque sia, con questa attività, fatta in questo modo, sono riuscito a liquidare la Cassa Rurale in metà del tempo e a comperarmi le prime macchine per lavorare in proprio, oltre che a togliermi dalle palle mio mio cognato con il quale non parlo da allora.

Domani, se sei interessato, ti faccio capire come ho conosciuto il cambio delle valute e perché ho fatto sodi con la speculazione sulle tariffe postali. La mia vera prima scuola sul fare soldi senza soldi.

Sempre se ti interessa, eh!

Max W. Soldini